GUIDO CALZA.

LA COLONNA ANTONINA.

Un monumentale documentario di guerra.
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La lettura: Rivista mensile del Corriere della Sera, giugno 1942.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Paolo Alberti e Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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I documentarii della guerra odierna affidati alle pellicole cinematografiche hanno breve confine di tempo e di regno. Non cos quelli scolpiti su marmo di circa due millennii fa con cui i Romani hanno perpetuato il ricordo glorioso di due guerre da essi combattute e vinte nel secondo secolo dell'era nostra. Alla guerra Dacia illustrata ed eternata nei rilievi della colonna Traiana  seguita infatti ottant'anni dopo la colonna Antonina o Aureliana che illustra gli episodii pi salienti di tre anni di guerra dal 172 al 175 dopo Cristo combattuta dall'imperatore Marco Aurelio contro i Marcomanni e i Quadi, popoli germanici, e contro i Sarmati e Jazigi di razza e ceca o slava.
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Oggi la nostra guerra ha richiesto la protezione di questi due antichi trofei di battaglia e di vittoria e le due colonne erette nel centro di Roma - a prevenire ogni eventuale danno di offese nemiche - sono state tempestivamente protette con una fasciatura di mattoni che ne assicura l'incolumit dai bombardamenti aerei. Si  approfittato quindi di tale lavoro di protezione per eseguire una nuova serie di fotografie che permettono l'esame e lo studio dei rilievi scolpiti sui cinquantasette blocchi di marmo di cui si compone la colonna Antonina, la quale  tornata quindi, si potrebbe dire, all'ordine del giorno.
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Non si sa esattamente quando sia cominciata la sua costruzione ma  supponibile pensare sia stata iniziata dopo il 176, cio dopo la fine della guerra che l'aveva motivata. Certo essa era finita nel 193, giacch una iscrizione di quell'anno ci riferisce il permesso accordato dall'imperatore Settimio Severo al guardiano della colonna che gli aveva chiesto di poter costruire una casetta al posto della capanna in cui egli era alloggiato allo scopo "di poter meglio adempiere alla sua funzione di guardiano del monumento". La sua costruzione sarebbe quindi durata 17 anni.
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La colonna si innalzava nel mezzo di un complesso di edifici costituenti un centro monumentale della Roma degli Antonini, quali il tempio di Marco Aurelio dov' oggi il palazzo col portico di Veio, l'Ustrinum Antoninorum oggi palazzo della Camera dei Fasci, l'Adrianeo di Piazza di Pietra (la Borsa) e il Porticus Vipsaniae dov' la Rinascente. La nuova colonna onoraria portava sul basamento come dedica ufficiale i nomi dei "Divi Marcus et Faustina"; quindi sulla sommit si ergeva non soltanto la statua dell'imperatore come nella colonna Traiana ma anche quella dell'imperatrice Faustina moglie di Marco Aurelio. Ma mentre fino al 1500 la colonna Traiana conservava ancora i resti della statua dell'optimus princeps, quelle di Aurelio e Faustina sono scomparse gi in pi antichi tempi, giacch anche nelle pi vecchie stampe non se ne vedono tracce. Un solo frammento ne  rimasto: un dito di bronzo trovato ai piedi della colonna e conservato ora nel Palazzo dei Conservatori al Campidoglio, e ci attesta che le due statue erano pi alte del vero. Al posto delle due statue il pontefice Sisto Quinto vi fece collocare la statua di San Paolo, mentre sulla colonna Traiana vi  quella di San Pietro.
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Dalle fonti medievali sappiamo che nel 955 la tutela della colonna fu affidata ai Benedettini di San Silvestro in Capite e l presso fu costruita una chiesetta a Sant'Andrea. Nel secolo decimoquinto la colonna fu colpita dal fulmine e le tracce dell'incendio causato sul fusto di essa sono ancora visibili, ma pi gravi e appariscenti sono le lesioni prodotte dai terremoti i quali invece non danneggiarono affatto la colonna Traiana. Tanto che il danno si attribuisce alla minore resistenza del marmo di Carrara di cui essa  formata in confronto al marmo pario della colonna traianea che ha resistito a tutti i fenomeni sismici.
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Le lesioni furano riparate dall'architetto Fontana che da Papa Sisto Quinto nel 1589 fu incaricato anche di fornire alla colonna un nuovo basamento. Non si pu dire davvero che il grande architetto del grande pontefice abbia assolto bene il suo compito; in ogni caso egli non ha capito o ha voluto distruggere l'accorgimento tecnico con cui l'ignoto antico costruttore della colonna Antonina l'aveva differenziata dalla colonna Traiana. L'Antonina infatti  una colonna cilindrica con una rastremazione di soli sette centimetri dalla base alla sommit, particolare che la differenzia da tutte le altre e renderebbe goffa e tozza la colonna stessa se l'antico architetto non vi avesse creato un basamento molto largo con cui bene si equilibrava la grande massa del capitello.
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Il Fontana riducendo l'antico basamento a un comune piedistallo ha distrutto cos l'antico artificio ingegnoso e ne sono risultati ingrata la poca rastremazione del fusto e troppo grave il pesante capitello. Tanto pi che la linea di base del nuovo piedistallo fu fissata in accordo con il livello stradale del Cinquecento, gi superiore di tre metri al piano dell'antico Foro e della Via Flaminia, sicch la parte inferiore della base antica  oggi sotterra. La sostituzione del Fontana non  stata quindi n felicemente ideata n felicemente eseguita: questo suo basamento privo di ornamenti, e in cui anche le minute proporzioni delle modanature architettoniche non si confanno alla larga e rude maest del capitello e della base sovrapposta, non vale certo l'originale come lo vediamo nelle antiche stampe, in parte grezzo o smussato dai deturpamenti subiti.
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La colonna Antonina sia per proporzioni sia nel concetto costruttivo non si differenzia gran che dalla colonna Traiana. Il diametro inferiore  di metri 3,80, il superiore di 3,66; l'altezza compresi capitello e base,  di m. 29,601 e cio di cento piedi romani, vale a dire come dicevano gli antichi una colonna centenaria precisa.  costruita di 57 grandissimi massi di marmo dell'antica Luni (Carrara) con una scala a chiocciola interna ricavata tutta di taglio nei blocchi monolitici che si sovrappongono.
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La vera e propria colonna poggia sopra un cuscino o torus decorato con foglie di quercia. Sopra questo comincia la spirale che raggiunge la cima con ventitr giri i cui rilievi sono divisi a met altezza da una figura di Vittoria in atto di adornare un trofeo. La prima parte si riferisce alla guerra germanica cio contro i Marcomanni del 172 e sulle figurazioni prevale il tipo germanico dalle fattezze regolari con il cranio alto e rotondo e il portamento dignitoso. Nella seconda parte  istoriata la guerra sarmatica del 173-75 e vi ritroviamo i Sarmati con la fronte piatta e sfuggente, la bocca aperta, i capelli arruffati e la barba incolta. Ma in verit tanto i tipi quanto gli episodi delle due guerre sono mescolati; gli avvenimenti sono cio debolmente connessi con i fatti storici corrispondenti sicch  da vedere nei rilievi di questa colonna una scelta di operazioni e di scene belliche caratteristiche piuttosto che una serie cronologica di episodi.
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L'imperatore Marco Aurelio  rappresentato in varie scene ed atteggiamenti ben 59 volte e bench anche in quest'epoca l'arte ritrattistica romana continui ad essere eccellente, non si pu dire che i var ritratti dell'imperatore dovuti ai var scultori che lavorarono alla colonna siano tutti ben riusciti. Accanto all'imperatore si riconoscono alcuni ufficiali della sua scorta come il legato Pertinace e un'altra nobile figura in cui si vuol riconoscere sia il genero di Marco Aurelio, marito della figlia Lucilla, il siriano Claudio Pompeiano, sia il prefetto del pretorio Marco Basseo. Se da queste figure di primo piano si discende alla folla dei combattenti, questi ci appaiono pi come tipi che individui. I Romani si distinguono per il loro costumi e il loro armamento rigorosamente esatto, i Barbari per i tratti generici della Nazione e della razza a cui appartengono.
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C' meno perfezione tecnica che non nella colonna Traiana e una minore e meno acuta osservazione della natura, ma in compenso una pi vivace espressione perch l'interesse degli artisti della colonna Aureliana  rivolto piuttosto all'indole spirituale che alle azioni esterne degli uomini e tutto il racconto bellico  reso con accenti pi umani e pi dolci e perci pi simpatici ed individuali. E guardando le molte scene di battaglia, di villaggi devastati ed arsi, di prigionieri catturati, vien fatto di pensare al singolare destino dell'imperatore Marco Aurelio che pur avendo avuto da natura animo e mente di filosofo piuttosto che vigoroso temperamento di soldato, fu costretto a combattere per quattordici anni del suo regno che ne dur diciannove, assumendosi il non facile compito di debellare i violenti popoli del Danubio, anzich dedicarsi alle sue predilette meditazioni speculative!
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Anzi si deve forse in gran parte alla sua troppa fiacca autorit di governo, al suo desiderio di pace e di tranquillit, oltre che all'abbandono della inflessibile vigilanza alla frontiera durante la lunga inattivit del suo predecessore Antonino Pio, se i barbari ardivano ormai di invadere l'Italia. Nondimeno Marco Aurelio fece prova in questa guerra di una volont tenace sorretta appunto dal profondo senso del dovere che la filosofia aveva nutrito in lui, volont e inflessibilit che invece non si manifestarono nel pi debole temperamento del suo collega al trono Lucio Vero, incline, come pi tardi lo sar il successore Commodo, a meno degne transazioni con i nemici. Questi per la prima volta, dopo che in tempi lontani i Cimbri e i Teutoni erano stati battuti da Mario sui campi del Piemonte, avevano calpestato il suolo d'Italia.
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Nel 166, violato il confine del Danubio, Quadi Marcomanni, Jagizi, Ermunduri e Alani, avevano messo a sacco le provincie di Pannonia, Mesia, Rezia e, passando le Alpi, distrutto Oderzo e assediato Aquileia. Ebbene: questa dura guerra, una delle poche che i Romani abbiano combattuto non per conquistare nuovi paesi o per aprire nuove vie al trionfo della civilt romana, ma per ricacciare barbari o stranieri dal sacro suolo della Patria, non ha trovato nessun grande storico che ne narrasse le gesta.
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Le sue vicende sono dunque scritte su questo monumento commemorativo anche se la narrazione non segue, come nella colonna Traiana, l'ordine cronologico e logico dei fatti. In compenso per non c' pi una realt trasformata e idealizzata. Non c' pi forse il tono epico solenne, e la composta classicit dell'arte romana di Traiano, ma piuttosto un tono elegiaco con accenti di melanconia di gravit spirituale con un espressionismo nelle figure e nelle scene lontano da modelli greci, ma peculiare, fin dai tempi pi antichi, dello spirito italico. L'imitazione della colonna Aureliana dalla Traiana  soltanto esteriore: l'espressione artistica  del tutto diversa: tutte le figure sembrano compenetrate da quel pathos che  conseguenza di un vasto rivolgimento spirituale, di un faticoso travaglio di un popolo che giunto all'apogeo dell'Impero lo sente cedere e declinare innanzi a nuove forze e a nuove esigenze. Legionari e barbari sono pervasi di una spirituale severit, che non  pi serenit ma mestizia.
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 riflessa insomma qui una nuova tappa nel cammino dell'arte e un nuovo aspetto dello spirito romano, ed  il preannuncio del luminoso trionfo della nuova Fede e di nuovi rapporti con la gente di oltre confine. Tra le scene pi belle e pi espressive di questa nuova tendenza artistica e spirituale va annoverata quella del miracolo della pioggia che per molti anni fu attribuito alle preghiere della legione cristiana. Una terribile siccit ha obbligato le truppe a fermarsi e ha distrutto il bestiame (si vede infatti un bue morto o agonizzante e un altro inferocito che salta sul corpo del compagno). Ma il cielo aiuta i Romani. Le nubi si fendono e lo stesso Giove Pluvio, distendendo le grandi braccia alate, scuote dalle sue membra poderose la pioggia benefica sui soldati.
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Il diluvio torrenziale mentre d vita e sollievo ai Romani porta invece al nemico inondazione e morte sicch si vedono cavalli ed uomini travolti gi nei crepacci dei monti. L'episodio ha qualcosa di cupo e di feroce che fa pensare come  stato detto, al Vecchio Testamento e ci ricorda l'esultanza con cui fu accolta la divisione delle acque del Mar Rosso per lasciar passare gli Israeliti e il loro rinchiudersi sull'esercito faraonico.
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Lo stesso tipo artistico di questo Giove  ben diverso dal tipo tradizionale ellenico o greco-romano degli dei dell'Olimpo. Il suo aspetto velato di profonda malinconia, il suo atteggiamento grave, la sua profonda umanit, l'atteggiamento stesso delle braccia distese come per accogliere ci che si rivolge a lui lo accostano alle figurazioni misericordiose dell'arte cristiana che proteggono i supplicanti affollantisi intorno a loro.  appunto questo il rilievo che suscit sempre l'ammirazione e il rispetto dei pellegrini del medioevo verso la colonna Aureliana poich parve illustrasse un miracolo cristiano.
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Tale episodio miracoloso  quasi un intermezzo al racconto guerresco costituito da scene varie e numerose, quali: il passaggio del Danubio su ponti di barche, la sottomissione dei capi germanici all'imperatore, un fortilizio romano assalito da Barbari mentre un fulmine cade sopra alla impalcatura pronta per la scalata e fa precipitare a terra gli assalitori; i sacrifizi propiziatori dell'imperatore per il viaggio del suo esercito; la sua allocutio (discorso) alle truppe raggruppate; cavalieri sarmati dalla caratteristica chioma selvaggia che implorano merc; Romani che inseguono fuggiaschi e che attaccano una fortezza dopo aver formato con i loro corpi e i loro scudi una potente testuggine; Aurelio che riceve i messi venuti a chiedere la pace; i Barbari giustiziati; le donne prigioniere in un convoglio di ostaggi e, uno dei pi suggestivi,  il magnifico gruppo di una donna col figlioletto abbracciato.
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I rilievi si concludono con le ultime scene di battaglia precedenti la conquista e la pacificazione delle trib barbare e la grande guerra si chiude, come sulla colonna Traiana, con un motivo pastorale.
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Pochi popoli hanno saputo porre l'arte a servizio della storia, e alcuni anzi hanno sdegnato la rappresentazione artistica degli avvenimenti storici. La stessa arte greca  rimasta per secoli lontana dalla ispirazione storica e soltanto tardi essa ha riconosciuto l'importanza di eternare alcuni fatti in forme monumentali.  merito quindi dei Romani non solo di aver capito l'importanza di tramandare le cronache di una guerra in monumenti imperituri ma di aver trovato il mezzo artistico pi acconcio per commemorare le loro imprese belliche nel marmo servendosi di una decorazione in superficie: la sola forma d'arte che permettesse di svolgere gli episodi di lunghe campagne di guerra non soltanto sugli archi di trionfo ma sulle colonne onorarie destinate ad innalzare al cielo le grandi gesta imperiali.
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E nella colonna Antonina arte e storia sono mirabilmente congiunte a cantare un poema di vittoria delle armi romane, un inno di fede nei destini dell'Impero.
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GUIDO CALZA.
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FINE.